i giorni della locusta



tristezza aggratis | locustismi [at] gmail


QUESTO NON E’ UN RACCONTO

questo non è un racconto. quindi sono andato a prenderla davvero, senza fare colazione. sono sveglissimo nonostante le tre ore di sonno. parcheggio davanti al suo portone. la chiamo per dirle che sono arrivato e se vuole salgo un attimo per aiutarla a portare giù la valigia. dice di no, che ce la fa, con la voce neanche troppo assonnata.
mi guardo intorno. ci sono più luci accese nella strade che nelle case. di solito a quest’ora dormo ancora e a volte anche durante il giorno, si può dire, con gli occhi persi dentro il monitor, le mani ferme sopra i tasti, a fare su e giù per le stesse pagine, gli stessi siti. o mentre guido o saluto i colleghi o mi ritrovo davanti a casa dei miei e infilo la chiave senza guardare.
è sabato, non è un racconto. c’è buio ma non fa troppo freddo, la piazza del mercato inizia i preparativi per la sua giornata campale. non sono neanche le sei. fra poche ore il formicaio sarà pieno e ci sarò anch’io in mezzo a comprare i mandarini, le carote, le uova, tenendo d’occhio i cartoncini coi prezzi. ma intanto è come se il primo dicembre fosse solo adesso. per quanto ne so oggi pomeriggio potrebbe non arrivare mai.

ancora non si vede. stufo di fissare il suo portone dallo specchietto retrovisore scendo dalla macchina e passo attraverso l’androne. mi affaccio sul cortile interno e guardo su dall’altra scala: ogni piano ha una luce diversa con una differente sfumatura di giallo, come se fosse visibile l’età delle lampadine. le bici sui balconi sembrano animali in gabbia. anche io mi sento bloccato, vorrei salire gli scalini tre alla volta per sorprenderla nel tepore del risveglio mentre finisce di vestirsi, una spalla mezza fuori, la frangia che svolazza sugli occhi scuri. invece starà raccattando le ultime cose, salutando un’ultima volta la coinquilina. guardo verso il suo balcone ma la porta è ancora chiusa. però iniziamo a essere anche un po’ in ritardo per il check-in… dai manu, muoviti, che così è solo peggio. non vorrei ma su quell’aereo ci devi salire per forza… questo non è un racconto, è una tigre in gabbia.

passano quasi venti minuti. mi metto le mani a pugno nelle tasche del giubbotto che sa ancora di fumo dalla sera precedente. faccio un nodo alla sciarpa, non realizzo ancora che se ne sta per andare, e a roma per di più, mica dietro l’angolo… se non fosse per l’ora sembrerebbe che sia venuto a prenderla per uscire: il portone è lo stesso, il pulsante del campanello che sporge un po’ più degli altri, lo scotch sopra il cognome suo e di quello dell’ex… finita male anche quella storia, ne parlavamo l’estate scorsa chattando di notte, perché nessuno dei due riusciva a prendere sonno prima delle tre. lei a lamentarsi dall’altra parte dell’italia, io in boxer e maglietta davanti al pc pontificavo su come l’amore dovrebbe o non dovrebbe essere, senza sapere che mi stavo andando a infilare nel solito vicolo cieco: le passeggiate infinte per helsinki a cercare l’estate senza sapere che ad agosto lì è già autunno, tanto per dirne una. ma anche vendersi mezza collezione di dischi per pagarsi la vacanza solo per scoprire poi come la luce pallida si posa sulle facciate dei palazzi, facendoli sparire e rendersi conto, infine, di come chi mi stava accanto non poteva starmi accanto veramente. dormire uno a fianco all’altra senza sfiorarci.

quando poi ero tornato qua nella vera estate avevamo ripreso a risentirci, ancora in chat ma finalmente dal vivo, appena rientrata in città. una delle prime volte che ci siamo rivisti è stato all’incrocio dove l’avevo accompagnata un anno prima, dopo una serata in cui aveva suonato il suo ragazzo. lui aveva passato più tempo a schizzare di birra il pubblico che a suonare davvero la chitarra, mentre lei cercava comunque di scattare qualche foto decente. li avevo già visti in concerto, sapevo che sarebbe finita male per qualcuno. non che io mi fossi trattenuto dal bancone e l’unico finale possibile poteva prevedere alcune ore dopo tutti e tre a trasciniarci verso il pandino: noi due davanti e lui dietro con la custodia della chitarra a vaneggiare. mi dicevo: basta bere se poi devo guidare… prima o poi mi fermano, non può andarmi sempre bene… è l’ultima volta, l’ultima. per fortuna si trattava di fare pochi chilometri in linea retta, senza correre il rischio che la testa mi si staccasse davvero dal resto del corpo, perché era così che me la sentivo. pensavo di essere messo male, con la tetra prospettiva (oltretutto) di dovermi svegliare di lì a poche ore, e invece quando eroo sceso per salutarli, lui era già per terra che si lamentava per aver battuto la testa. mi ero avvicinato ma lei l’aveva già aiutato ad alzarsi, e allontanandosi mi rassicurava dicendo di non preoccuparmi, che tanto ci era abitutata… ho immaginato che lo infilava nella custodia e lo portava nel suo letto, con la chitarra a tracolla…

quella volta invece era settembre, era arrivata con la bici lungo il marciapiede un po’ in salita, con la borsa a tracolla, un vestitino corto da cui sbucavano le gambe avvolte nei collant blu. aveva una faccia che era tutta un programma. è uno di quei visi che quando sorridono illuminano stanze e quando si spengono si perdono fra i mille della folla. l’aveva sentito per telefono e gliene aveva dette di tutti i colori, io mi limitavo ad ascoltarla. quando eravamo arrivati a casa mia non era stato come me l’ero immaginato. non che dovesse succedere per forza qualcosa, ma l’avevo rimessa più o meno a posto, avevo liberato il letto perché potesse fotografare le cose che negli ultimi anni avevo trascritto sulle pareti di camera mia. c’è una luce pessima nella mia stanza perché dà su un cortile interno e speravo che lei con la sua apparecchiatura potesse combinare qualcosa, ma anche il suo flash professionale non faceva miracoli. forse dovresti sorridere, una di quelle frasi che suonano bene solo se non ti escono dalla bocca. eravamo uno a fianco all’altra, in ginocchio, e mi sono reso conto di quanto fosse fragile con quelle gambe belle ma sottili ripiegate sotto il resto del corpo. avrei voluto posarle una mano sul collo, da dietro, per farle sentire che ero lì. non ci siamo detti molto, o al limite fossimo in un fumetto, con quelle scritte sulle pareti sopra le nostre teste.

dei passi sulle scale. sarà lei? sì, è la sua voce: sento che sta parlando, forse al telefonino. questo non è un racconto, è una sala d’attesa.

non è sola. c’è anche lui, che la scorta portandole la valigia, con la bici da corsa appoggiata all’altra spalla. ci siamo visti tre volte nelle ultime dieci ore: a casa di lei, in un locale e ora di nuovo lì. ormai non ci guardiamo neanche più negli occhi, rassegnati l’uno alla presenza dell’altro. la sera prima faceva il simpatico con un’altra mia amica,  lui e la sua barbetta e la bici da corsa che a berlino farebbe un figurone. e allora tornaci, a berlino, sali su quella bella sella nera. ORA.
che poi è una storia senza senso. si vede anche se non me l’avesse detto lei tante volte, come per giustificarsi. non è neanche una storia anzi. intanto però è stato più furbo e lesto di me, si è presentato come principe azzurro un poco artista, ma in realtà solo un prestigiatore pronto a dileguarsi al momento giusto, tanto parte anche lui fra due giorni. a lui interessa solo trombare, diciamoci la verità, mi confidi in una delle nostre alcoliche passeggiate notturne. non ho neanche capito se l’avete mai fatto veramente o se è arrivato solo dove volevi tu. ma non m’importa ora, figuriamoci mentre camminiamo storti come le nostre ombre.

e me cosa interessava, cosa interessa di te? tipo poche mattine fa: siamo sul divano e ci addormentiamo, le piante dei tuoi piedi sulle mie gambe e il mio braccio sinistro posato sul tuo fianco steso da cui sento propagarsi un calore animale che si diffonde su di me, sui cuscini e pure sul cane che dorme poco più in là, a chiudere la catena. (ero venuto a prenderti per andare in montagna ma ci si era messa di mezzo la pioggia. ti avevo guardato infilarti nella tazza del latte con gli occhi gonfi di sonno. io pure ero tornato tardi la sera prima, allora ci siamo seduti sul divano, mi hai fatto vedere sul pc le foto di alcune delle case che stavi tenendo sott’occhio per roma, ma alla fine la stanchezza aveva avuto la meglio). quando ti svegli è sbucata la tua coinqulina che ci prende in giro. quando torna di là ti sposti col cuscino sulle mie gambe. ti accarezzo la testa, ma ormai è tardi e devo andare a lavoro. mi alzo scusandomi, ti saluto di fretta e me ne vado. sei in ginocchio sul divano che sparisci dentro il collo alto di un maglione enorme. m’infilo il giubbotto e poi la sciarpa e a quel punto siamo solo due paia d’occhi in cima a dei corpi che la sanno molto più lunga di noi.

e non è neanche la prima volta, vostro onore. poche sere prima me ne sono andato pur essendo rimasto apposta per ultimo alla fine della tua festa d’addio. ci siamo trovati sul divano ad accarezzarci con gesti lentissimi, con gli occhi piccoli dell’alcol, in mezzo a tavoli pieni di bicchieri e bottiglie e la mappa del risiko disseminata di mostri fatti col pongo. a un certo punto mi ero abbandonato con la testa sulle tue gambe, incapace di fare altro. ti avevo dato un bacio mezzo sulla guancia e mezzo sulle labbra prima di uscire, credo, tu neanche te ne ricorderai. ricordo successivo: io con due buste dell’immondizia che fisso un cassonetto. e poi ancora più in là: tre profilattici che rilucono nelle loro confezioni, sotto un lampione… questo non è un racconto, è un punto di fuga.

quando sale in macchina mi dice candidamente che è triste, ha gli occhi umidi e tutto quanto. chi è oggi che dice ancora “sono triste”? i bambini forse e nei film, perché questo al massimo è un film, non certo un racconto. perché ho chiuso la portiera prima ma il bacetto che si scambiano lo vedo lo stesso. si giustifica un’altra volta dicendo che lui è andato a trovarla dopo il concerto e che poi si è addormentato sul divano. non ti preoccupare, guarda che io non ti giudico, mi verrebbe da dirle. tanto so di essere dalla parte della ragione, mi piacerebbe aggiungere, se la ragione servisse a qualcosa. poche storie: se invece questa è una partita io sono un perdente e su tutta la linea. se fosse scoccata la mezzanotte lui sarebbe il principe azzurro e io il cocchiere. anche se poi sarò io a giustificarmi dicendo: ecco un altro che gioca al posto mio perché in allenamento non m’impegno, beandomi del mio tocco di palla o perché, fosse per me, giocherei solo le finali...

parto a razzo perché è tardi e quella strada la conosco, supero i semafori con la confusa coscienza che per quanto ne so potrebbe essere l’ultima cosa che facciamo insieme. sono più sveglio ora con lei al mio fianco mentre sfrecciamo verso l’aeroporto che la mattina quando mi trascino a lavoro con cinque ore di sonno in più sulle spalle. nell’autoradio ci sono i karate, con la campagna scura che inizia a scorrerci a fianco mentre cerchiamo di regolare il riscaldamento per spannare i vetri.

me lo faresti un favore?
sì.
non respirare fino all’aeroporto, ok?

finalmente sorride, anche se per poco. non parliamo e riempie il silenzio alzando il volume su the new hangout condition. avendo comprato il disco quando ancora si compravano i dischi avevo fatto in tempo a imparare i testi a memoria. ora ne ricordo solo brandelli che però  puntualmente saltano fuori:

say… say something stupid, like it’s okay…

sono tranquillo: questo non è un racconto, è una canzone. e allora scherzo ancora un po’ prima di tornare serio, guardando oltre il volante. ho una voce strana che ha poco a che vedere con quello che nuota nella mia testa. c’è una piramide blu composta da enormi tubi al neon a un certo punto sulla sinistra, accanto a dei capannoni, te ne accorgi tu per prima. io la conosco bene, è un’incredibile bomba kitsch, non sono cresciuto molto distante da lì. sono un mosè che è riuscito a trascinarsi fuori dall’egitto ma solo in un deserto poco distante. le racconto che quando finalmente me ne sono andato di casa, il giorno stesso intendo, aveva iniziato a piovere forte appena imboccata la superstrada e in una piazzola c’era una macchina che stava andando a fuoco. sembrava fatto apposta per dare un tocco drammatico al tutto, quando poi casa dei miei sarà a venti km da dove sto ora… questo non è un racconto, ma gli effetti speciali non mancano.

tira fuori dalla borsa un pezzo di scottex da cucina, lo ripiega in quattro e l’appoggia sul cruscotto, mi dice di leggerlo più tardi, quando lei sarà già partita. canticchia “time is only information…”, poi mi dice che vorrebbe vedere la neve un’ultima volta, ma la giornata non è quella giusta neanche per quello. so che in fondo alla superstrada, al fondo alla pista d’atterraggio e poi oltre iniziano le montagne e sopra c’è la neve: l’ho vista ieri. tanto la vedrai dall’aereo, mi verrebbe da dirle. che poi quando sei in volo pensi sempre che le cose da lì sono piccole e insignificanti e non capisci perché allora ci diamo tanta pena, ma dimentichi che da terra anche l’aereo è pochi centimetri di metallo grigio su un fondale grigioazzurro. ieri andando a lavoro, su questa stessa strada, ho chiamato “fuji” la montagna più alta. chiamo le cose con molti nomi, per nasconderle meglio. e allora se sono cresciuto fra l’egitto e il giappone, aggiungiamoci pure questa savana padana su cui accelero per arrivare in tempo al check-in, schivando antilopi e leoni.

arriviamo a destinazione appena in tempo, ma comunque troppo in fretta. esagero e dico che mi sento più a casa nell’atrio dell’aeroporto che a casa mia. però ci sono letteralmente cresciuto, lì a poche decine di metri, tre piani di mattoni rossi di fronte alla ferrovia e alle reti di protezione della pista d’atterraggio. se non ci fosse il parcheggio e la sopraelevata te la farei vedere, basterebbe affacciarsi. ci sono solo quelle due case, da quel lato della provinciale.

Here comes my ride, she said

non immagini quante volte ci sono stato qui perché mio padre ci lavorava, perché ci accompagnavo amici, parenti e perché alla fine qualche viaggio l’ho fatto pure io (ma sempre con biglietti di ritorno, mi raccomando). cosa ci diciamo? ha senso ricordarselo? la scena non mi è nuova ma sono passati quasi quattro anni da quanto parcheggiavo qua fuori con lei e la stringevo forte, baciandola con la bocca chiusa perché certe partenze non hanno niente a che vedere con la passione. eppure sono di nuovo nello stesso posto a fare le stesse cose, come se non avessi imparato la lezione, come se non fossi riuscito a cancellare completamente la sua ombra dal muro, i suoi capelli che ogni tanto sbucano ancora fuori, in fondo all’armadio. questo non è un racconto, è una lavagna sporca.

che cosa ti dico ancora? che cosa ti devo dire? di fronte al nastro trasportatore mi fai promettere che verrò a trovarti appena ti sistemerai. e allora stringo pure te, inghiottendo frasi inutili. non ti dico che mentre parcheggiavo ho già letto lo scottex che dice la stessa cosa. non me ne faccio più niente dei “ti voglio bene” e dei “mi mancherai” eppure è difficile fare finta che è tutto a posto mentre ormai ti do le spalle, mi allontano e mi giro due volte salutando con la mano, poi facendo il saluto militare, abbozzando un sorriso. è davvero ora di andare.
cosa mi resta da fare? mancano più di due ore prima di andare a lavoro. risalgo in macchina, rifaccio la rampa, poi quella successiva e alla fine imbocco l’unica via poche centinaia di metri più in là.

It’s all a part of winter, she said.
‘That’s just the way it is


non ci torno da un sacco di tempo. è qui che è cominciato tutto? fra un praticello gelato che dà su un guardrail, piante senza nome che hanno devastato un orto, un giardino senza alberi e la ferrovia dall’altro lato della strada? “La mia casa confina a nord con la ferrovia e l’aerostazione passeggeri, a sud con la provinciale, a est con la casa dei vicini e a ovest con uno sfasciacarrozze”. in realtà quello non c’è più. sotto quest’ammasso di sterpi e erbacce immagino comunque le carcasse delle vecchie ritmo, delle 500, delle 127 special… così come sotto la coperta sul divano ho immaginato le tue curve, sotto le calze blu la pelle liscia delle gambe. neanche i cespugli con le more ci sono più e il campetto oltre la ferrovia, con le porte vere ma senza reti. passa un treno semivuoto e fa muovere la sciarpa.

alle spalle della casupola del capostazione troneggia in controluce come una fortezza medievale il parcheggio a più piani. la casupola è abbandonata, non mi devo neanche avvicinare troppo per rendermene conto: il tetto è traforato, le finestre senza neanche più gli infissi, la scritta cancellata… quale scritta? non so, ma so che c’era. lui come si chiamava? si chiamava salvatore. mi ricordo i baffi da re sabaudo e il corpo da fantino. non mi ricordo i nomi delle persone che mi hanno presentato ieri sera ma quello sì. così come ricordo il nome della bambina bionda che abitava al primo piano: barbara. ma anche della pelle olivastra di andrea, il figlio del benzinaio che ormai da anni ha cambiato gestione e ora non è più visibile, coperto dalla struttura che sovrasta i binari. e i primi tiri in mezzo ai ragazzi più grandi, io e mia sorella che ci nascondiamo sotto il tavolo in cucina e la nonna che ci cerca, mio padre che ogni mattina attraversa i binari per andare a lavoro, il rombo degli aerei in partenza e quello sferragliante dei treni in arrivo. questo non è un racconto, è un salmone che risale la corrente.

Time, as if I had some I could call mine

alla fine anche tu hai avuto più coraggio di me. cos’è andato storto? eppure se ci penso eravamo più vicini al resto del mondo che al paese. un treno e un aereo e saremmo stati in poche ore in un’altra città, un altro continente. guardavo gli aerei partire e atterrare come missili telecomandati che non esplodevano mai. dal balcone al terzo piano, che ora fisso un po’ incantato per via della luce azzurrognola che si accende e spegne a intermittenza al suo interno. è una casa brutta, quadrata, col tetto piatto e di cui ricordo a malapena gli interni: un divano in pelle, la cucina luminosa ma stretta, il corridoio buio col pavimento di marmo. ma poi fuori c’erano i campi e gli aerei e le more e le bambine bionde. poi cos’è che è andato storto?

Today or tomorrow, i leave her alone

prima che arrivino altre domande rientro in macchina e fisso il volante con le mani in tasca, infreddolite. prendo lo scottex dal cruscotto. mi sembra leggero come l’ala di un insetto. lo rileggo, lo piego di nuovo in quattro, me lo metto nella tasca interna del giubbotto un attimo prima che questo diventi davvero un racconto.