ero un frustrato, passavo sotto la tua finestra e scrivevo poesie di merda. nelle poesie di merda la finestra si trasformava magicamente in “finestre” che faceva molto più leopardi e paterno ostello. era illuminata e tu c’eri, era spenta e tu non c’eri? se le ombre davanti alla tenda si muovevano in fretta era perché stavi di nuovo litigando con tua madre? ti agitavi parlando con qualcuno al telefono, ballavi da sola? per me era lo stesso. quella stanza era il regno di oz. sbatti i tacchi delle scarpette magiche, alzati la gonna. se era la luce dell’abat-jour ad essere accesa, e ti alzavi di colpo dal letto, potevo vedere sulla strada un’ombra tipo quella di batman nei cieli di gotham city.
al posto di casa tua molti anni fa c’era un campo di grano. se stavi zitto abbastanza, d’estate potevi sentire i topi muoversi fra le spighe. la vecchia della casa di fianco guardava quello strano bambino biondo, immobile, lì davanti a tutto quel giallo, con la testa reclinata da un lato, le orecchie tese. ai tempi non c’era ancora nessuna strada e per andare a scuola dovevamo fare un giro molto più lungo. già in prima media lasciavo infastidito la mano di mia sorella, ma solo poco prima di arrivare davanti al cancello. l’estate però era qualcosa che cancellava tutto il resto dell’anno, il cielo sopra i tetti era qualcosa in cui credere ciecamente perché se ne stava là e non ti chiedeva niente. mai avrei immaginato di passare per la stessa strada vent’anni dopo e pensare che non si dovrebbero più scrivere poesie d’amore.
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