(Fonte: mpdrolet)
dukngal: Robert Capa, American paratroopers landing in Germany (1945)
novembre 2009
come faranno stavolta le parole a uscirmi dalla bocca e in che lingua? non ci riesco, non qui, non in questa città in cui il sole se ne va troppo in fretta e il buio ha la meglio su qualsiasi lampione si azzardi a contraddirlo.
non mentre dopo il concerto vedo passare la metro sopra le teste appaiate di lorenzo e beatrice e poi riflettersi per un attimo nello Sprea.
non mentre mia sorella cerca di cavarmi qualcosa dalla bocca e ride amara della sua ultma storia, proprio con un tizio tedesco che sta a zurigo.
non mentre passiamo attraverso il parco fangoso con al centro lo stadio vuoto, che porta al mercatino (alle nostre spalle una muraglia di graffiti).
non mentre contemplo dall’alto le bancarelle.
non mentre lì a pochi passi una mamma spinge sull’altalena un bambino che strilla felice.
non mentre il gigantesco calciatore con la maglia del brasile mi fissa a sua volta dalla facciata di un palazzo. (neanche mentre si stacca dal palazzo come un adesivo e corre a grandi falcate, entrando nello stadio come un bambino in una di quelle micro-piscine da giardino).
non mentre a qualche isolato di distanza la scritta ROCK’N’ROLL svetta sui tetti e io mi chiedo “rock’n’roll”?
non mentre seguiamo a terra la lunga cicatrice lasciata dal Muro, costeggiando cimiteri che sembrano prati e prati che sembrano cimiteri,
non mentre fisso come un totem la torre scura di alexanderplatz, come se fosse un’antenna in grado di captare tutto quello che ancora adesso non so e che sto cercando di dire.
Voivod - Angel Rat (1991)
lapetitecole: Czechoslovakian gymnasts in San Francisco, 1939
(Photo by John Gutmann)
(Fonte: hollyhocksandtulips)
c’è una mia poesiola che è stata preda di una legione di adolescenti: attraverso centinaia di reblog continua a rimbalzare da un angolo all’altro di tumblr con accanto citazioni di baricco. devo senz’altro aver sbagliato qualcosa.
aspetta, primavera
mi ritrovo sul sedile posteriore con la ragazza americana. dalla volta scorsa non so che dirle e se posso preferisco evitarla perché il mio inglese sta scolorendo inesorabilmente. parlo in modo lento e un po’ macchinoso, con frasi che devono prendere il fiato due volte prima di arrivare al fondo. ma la evito anche perché intuisco un interesse nei miei confronti che non voglio fomentare in nessun modo.
anche stavolta intuisco i suoi occhi, calati come sempre dietro lenti scure, cercare insistentemente i miei. le rivolgo comunque la parola, riesco anche a scherzarci. un amico mi ha anche confidato che è “una bella scopata, sarà che è mezza asiatica” ma io intravedo una dolcezza diversa in questo corpo minuto che non dimostra affatto i suoi quarant’anni, in quello sguardo deciso ma che ogni volta sembra comunque chiedere qualcosa in cambio.
il concerto non è piaciuto a nessuno, lei mi parla di los angeles e di come suoni la batteria a orecchio, in modo primitivo, quasi senza pensarci. dopo un po’ io le dico che avevo un prozio a santa barbara, ma che è morto prima che potessi andarlo a trovare. aggiungo che la sua colazione la mattina consisteva in due uova, jack daniels e lucky strike senza filtro ma che è comunque arrivato dritto oltre gli ottant’anni.
il mio stomaco una volta sopravvissuto alla guerra in africa non ha avuto più paura di niente, mi diceva lo zio attilio (come lo chiamavamo noi in famiglia) mentre io armeggiavo con una fialetta di enterogermina. non si spiegava come a venticinque anni avessi ancora così poca barba. eravamo seduti uno di fronte all’altro e mi voltava il viso da una parte all’altra tenendomi per il mento, come se fossi ancora un bambino o un animale, e faceva un’espressione con la bocca dritta ma che diceva anche troppo di quel che gli passava per la testa.
poi abbracciava in vita Esperança, la portoricana che una volta era la sua donna delle pulizie e ora la sua donna e basta. mi piaceva perché sorrideva sempre e con tutta la faccia. una volta mentre ero immerso nella lettura di chissà che, si era avvicinata dondolando con uno dei suoi vestiti a fiori e mi aveva sussurrato “i know the girls like you”, ignorando che ai tempi non avevo avuto ancora una vera e propria ragazza.
la ragazza americana scende dalla macchina un po’ contrariata mentre s’incammina col mio amico. non vorrei farlo ma mi metto a pensare alla california, a un’altra ragazza, alla stanza in cui fra poco mi ritroverò a scrivere tutto questo.
certo, è senz’altro compatibile. ma c’è una differenza piuttosto netta fra quello che scrivo al di fuori del tumblr (poesie, alcune pagine di diario, racconti) e finisce qui e le cose che invece sono state scritte apposta per la rete. per la mia formazione, per come sono fatto io, la rete sarà sempre un depotenziamento perché io nasco come uno che scrive con la penna e sulla carta. non è solo un cambio di strumenti e di medium, ma d’identità.
per altri andrà benissimo che nascano e si sviluppino o semplicemente riescano a esprimersi in rete. quando sarà ora faranno copia e incolla su word. per me, se la cosa conta davvero, se ha senso, sarà sempre il contrario. non c’è un meglio o un peggio, capiscimi bene. come dico scherzando ogni tanto in rete scrivo con la mano sinistra. e non sono mancino.
succederà così: ne darò annuncio e poi chiuderò il tumblr. ce l’ho dal 2007 (a fasi alterne) e a 38 anni sento salire sempre più un imbarazzo che non ha niente a che fare col piacere di postare, esprimersi o conoscere della gente.
forse uscirà un libro o forse no. al momento non dipende da me.